Aria

15,00

Valentina Giannandrea

Profilo Facebook dell’autrice

Pag. 230

TESTO DISPONIBILE DAL 15 OTTOBRE 2018

Categoria:

Descrizione

Parlare di ʻAriA’ non è esercizio superficiale, tantomeno semplice gioco d’erudizione. Rappresenta forse l’esigenza di confessare a noi lettori il riscontro sociale, umano e sentimentale che si ha se si approfondisce la solitudine che abbraccia la vita abbandonata, inerme, insomma, quella che può definirsi tranquillamente ʻprovincia’. La fase di narrazione attenua le distanze con il lettore, che si trova a suo agio nella scorrevolezza delle immagini. L’impostazione ritmica ricorda la Nouvelle vague: la sequenza è scandita rapidamente talora nei momenti incalzanti, rendendo bene la concitazione con ʻstacchi’ rapidi che non eludono il significato, mentre a volte si adagia su momenti più rilassati, favorendo l’immedesimazione nei momenti tipici della quotidianità giovanile. ‘AriA’ è giovane, proprio come i suoi personaggi, non è pedante, proprio come le sue vicende, è un omaggio un po’ amaro ai luoghi dell’autrice. È Filippo stesso, il protagonista, a ereditare questo mandato: spesso egli ci appare come croce e delizia di un ambiente familiare, il cui pregio è l’autenticità, mentre il difetto primordiale sembra essere un velo d’ingenuità costante. Èla storia di una gioventù disincantata che cerca il riscatto nel sentimento; i personaggi ne portano il vessillo, simbolo prezioso dei rapporti umani fatti di amicizie, amori e nidi familiari. Filippo non è suo nonno, ma non è ancora in grado di sopraffare la sua autorità e la sua identità ben radicata, e così forse anche i suoi coetanei, frutti disorientati di una società che poco ha da offrire, soprattutto ai margini della considerazione politica ed economica. Il piccolo paese che Valentina ci pone sotto gli occhi è un non luogo dolce, affettuoso, ma che di stimolante, perlomeno tra i giovani, non ha che l’istinto di sopravvivenza: è un districarsi col coltello in mezzo ai denti per vincere l’accidia dell’adolescenza iperconnessa, che ripone fiducia totale nei rapporti digitali, rapidissimi e non imparziali che spesso aprono la strada all’equivoco, ma che nonostante tutto non abbandonano quella della speranza. Dunque sopravvivenza alla noia, all’inesorabile monotonia delle abitudini, all’incontestabile destino già delineato dei ragazzi di provincia che di fronte a loro non vedono altro che la scelta fatta dai propri genitori, e nel caso di Filippo dal proprio nonno. In quest’atmosfera di rassegnazione e semplicità, lo squarcio all’innocenza è rappresentato da Stefania, unica salvezza, riscatto limpido e sensuale. La riabilitazione ad un’adolescenza apatica è affidata alla passionalità e alla volubilità della ragazza, scrigno prezioso dei dubbi di Filippo. Su queste premesse emerge la cittadina con la sua trascuratezza e la sua inadeguatezza, elementi ostinati quanto il nostro protagonista, donchisciotte naïf con l’irrazionalità dell’amore e l’insofferenza lavorativa. Dunque il contesto è il nostro, probabilmente è di tutti, anche di quelli che non sanno cosa sia un paese di diecimila abitanti: qui la legge del bar, casa di tutti, giovani e vecchi, si rispetta con l’obbligo quotidiano, si timbra il cartellino, si trovano senza avvertire gli amici, si ha paura del tono di voce per timore di essere sentiti da qualcuno di semiconosciuto al tavolo retrostante; e poi i sotterfugi per la pace, l’intimità dell’abitacolo, la quiete dei parcheggi e l’istinto del belvedere. Sono immagini dell’immaturità sensibile, fugace, come l’aria che spesso manca a Filippo e che funge da allarme per l’ingiustizia. Ma questo non è solo conseguenza di un’infanzia difficile, di un’introversione consapevole, è forse un peccato da attribuire all’oggi, alla frode perpetrata ai danni della nostra autonomia, che sia culturale o che riguardi le risorse, e che ci lascia soli a casa, con la TV e tutti i dispositivi ad aspettare un contatto intangibile e a sperare che la legge del più forte, almeno, lasci perdere l’amore.

GiorgioNapoletano

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